“Il Referendum del 46 fu truccato, mio padre vide tutto”.La confessione shock di un carabiniere

referendum 46 truccato

Nel 1946 gli italiani votarono per un referendum in cui furono chiamati a scegliere la forma governativa di stato.Vinse la Repubblica per poco più di 2 milioni di voti. Solo ora è venuta fuori una confessione agghiacciante.

A rivelare tale confessione a IL Giornale è il figlio dell’ allora brigadiere Tommaso Beltotto, il quale ha raccontato al figlio Gianpiero (e a nessun altro al di fuori della propria famiglia)  fatti accaduti oltre settant’anni fa che avrebbero potuto cambiare le sorti del nostro paese. Tommaso è morto nel 2001, ed ora è Gianpiero a custodire questo segreto.

Si tratta di una vicenda risalente al 4 giugno del 1946, quando gli italiani furono chiamati a votare per il Referendum in cui si sceglieva la forma governativa di stato tra Monarchia e Repubblica. Una vicenda che parla di schede truccate e di brogli elettorali, la quale è venuta alla luce solamente quest’anno durante il processo sulla trattativa Stato-mafia.

Per capire meglio l’accaduto torniamo indietro nel tempo.
Qualche giorno dopo il referendum, a scrutini ovviamente conclusi, e quindi con la Repubblica già in vigore, il brigadiere Beltotto si trovava al Viminale, in quanto gli era stato affidato il compito di controfirmare una relazione scritta dal duca Riario Sforza, che all’epoca era il capo dei corazzieri.

In tale relazione era riportato  il ritrovamento di molti pacchi di schede elettorali simili a quelle utilizzate nel referendum, nascosti nelle cantine del ministero degli interni, sulle quali era presente la spunta di scelta sul simbolo della Repubblica.
Non erano schede scrutinate, altrimenti non sarebbero state ritrovate in tale posto, e ancora oggi non si sa se quelle false schede sarebbero servite per capovolgere un risultato sgradito o se addirittura fossero già state conteggiate per favorire la vittoria della Repubblica.

L’ esistenza di questa relazione è venuta alla luce solo nel settembre scorso, a Palermo, durante il processo per la  trattativa Stato-mafia.
Un generale in congedo dei carabinieri che ha preso parte al processo, Niccolò Gebbia, ha raccontato che essa venne trasmessa al generale Romano Dalla Chiesa, padre del noto generale Carlo alberto, il quale ne ottenne una copia conservata presumibilmente nella cassaforte della prefettura di Palermo.

La cassaforte della prefettura di Palermo venne svuotata nel 1982 poco dopo l’uccisione di Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Che fine abbia fatto il rapporto, insomma, non si sa, e potrebbe essere uno dei tanti misteri e segreti di stato che ancora oggi rimangono tali.

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