Dal primo luglio la Croazia è in Europa. “Un’opportunità per l’Italia”

“L’ingresso di Zagabria in Europa è una buona notizia per l’Italia, non solo perché renderà la vita più semplice ai tanti turisti che trascorrono lì le vacanze, ma anche perché aprirà opportunità interessanti per le nostre aziende“. Dal primo luglio la Croazia sarà il 28° Stato dell’Unione Europea. Oreste Rossi, eurodeputato indipendente, ha seguito da vicino il dossier e adAffaritaliani.it spiega: “Non dobbiamo temere l’arrivo di lavoratori croati, né il dumping delle loro aziende”. Se auspica che altri Paesi, come la Bosnia, in futuro entrino in Europa, Rossi ècontrario all’adesione della Turchia. E sul futuro dell’Europa è tranchant: “Per uscirne da questa crisi serve che gli Stati rinuncino ad una fetta più corposa della loro sovranità. Non si può avere un modello come quello degli Stati Unti lasciando però alle capitali tutti i poteri:come la difesa, la politica estera, la sanità, la fiscalità…”

Onorevole Rossi, come valuta l’allargamento dell’Unione europea alla Croazia, che dal primo luglio sarà il 28° stato membro?
Oreste Rossi

La Croazia è un pezzo d’Europa che era fuori dall’Europa. Perciò trovo giusto il suo ingresso nell’Unione. Questo evento avrà aspetti positivi, non solo perché molti italiani trascorrono lì le loro vacanze, ma anche perché Zagabria, entrando in Europa, dovrà rispettare le sue regole, smettendo così di essere un concorrente ‘sleale’ perché extracomunitario”.
L’economia appunto. L’ingresso della Croazia costerà in totale all’Europa più di un miliardo di euro. Si tratta di un nuovo fardello per le nostre casse?

“Le questioni sono due. La prima di principio: dobbiamo chiarire fin dove si vuole spingere l’Unione. Se la si vuole allargare a quella che è considerata l’Europa, allora la Croazia è dentro, come gli altri paesi dell’ex Jugoslavia. Per di più la Croazia è molto piccola, ha quattro milioni di abitanti, irrisori rispetto ai 500 milioni totali”.
Il secondo punto qual è?
“Dal punto di vista economico l’Europa è l’entità che più finanzia gli interventi in Africa. Diamo soldi anche alla Turchia, che sta costruendo una  linea ferroviaria ad alta velocità. Nonostante questo il premier Erdogan, che ha dimostrato di essere antidemocratico, insulta l’Europarlamento, dicendo che non lo riconosce. Finanziamo perfino la Cina, perché si impegni nella lotta al cambiamento climatico, nonostante le sue industrie facciano dumping alle nostre. Detto questo preferisco dare soldi alla Croazia, piuttosto che a Paesi che non c’entrano nulla con l’Europa “.

A proposito di Turchia, è favorevole all’ingresso di Ankara in Europa?
“La Turchia non c’entra nulla con l’Europa. E’ diversa per religione, cultura e posizione geografica. Inoltre gli ultimi eventi hanno dimostrato che ad Ankara c’è un governo in cui potere politico e religioso non sono nettamente separati”.

Le regioni di confine, come il Veneto e il Friuli, hanno paura che l’ingresso della Croazia porti ad una ondata migratoria di lavoratori disposti ad accettare salari più bassi rispetto agli italiani. E’ un problema reale?
“C’è un problema di fondo: in Europa ci sono regole fiscali, sul lavoro, previdenziali, ecc. molto diverse da paese a paese. Questo porta ad un movimento di lavoratori da un luogo all’altro. Per risolverlo basterebbe uniformare la regolamentazione. Se così fosse non ci sarebbero problemi, perché il dipendente croato o rumeno avrebbe lo stesso stipendio, avrebbe gli stessi diritti e stessi doveri di un italiano. Detto questo dobbiamo anche essere pragmatici: dall’Albania, che non è in Europa, arrivano migliaia di lavoratori ogni anno. Non riesco a capire come uno possa spaventarsi per la piccola Croazia”.

Le imprese invece lamentano una possibile concorrenza sleale da parte di quelle croate. E’ un rischio concreto?
“Noi importiamo dalla Cina moltissimi beni che vengono prodotti a basso costo perché in quel Paese i lavoratori vengono sfruttati, non hanno garanzie, nessuna pensione, ecc. O noi imponiamo dei dazi ai prodotti importati, in modo da sanare lo squilibrio, oppure accettiamo di avere dei concorrenti sleali. In quest’ottica non vedo che problema possa comportare la Croazia, quando la Cina, che per di più con l’Europa non c’entra nulla, ci inonda con i suoi beni”.

Il prossimo paese dell’ex Jugoslavia ad entrare in Europa potrebbe essere la Bosnia?
“La Bosnia è più problematica della Croazia, non solo per quanto riguarda gli estremismi religiosi, ma anche perché ha grosse difficoltà legate alla corruzione e alla criminalità organizzata. Ma se raggiungessero gli standard europei potrebbero benissimo entrare nell’Unione”.

Con la discussione del bilancio europeo si ha avuto la sensazione che ci sia una tendenza duplice in Europa: da un lato di allargamento dei confini e dall’altro di smarcamento dai vincoli europei. E’ così?
“In Europa abbiamo un sistema strano: abbiamo Paesi membri e Paesi membri a metà, Paesi che hanno l’euro e altri che non lo hanno. Credo che o avremo una Europa uguale per tutti oppure non andremo molto lontano. La Gran Bretagna non può continuare a stare in Europa, rifiutando l’euro, ma pretendendo di avere il diritto di veto sulle decisioni dell’Unione”.

Il problema alla fine sembra essere sempre l’euro…
“E’ un problema perché è una moneta ‘a metà’. O siamo tutti dentro l’euro, con una Bce che diventa come la Fed americana, che stampa moneta quando serve, che fa prestiti diretti alle imprese. Oppure ognuno torni alle monete nazionali e stabiliamo dei parametri comuni da rispettare, a partire dall’inflazione. Non si può stare con un piede in due scarpe”.

Sondaggi elettorali svolti nei principali paesi europei mostrano l’avanzata dei partiti euroscettici, come i 5Stelle in Italia o come l’UK Independence Party in Inghilterra. Rischiamo di avere un Europarlamento euroscettico? Come si può dare nuovo slancio integrativo con queste premesse?
“E’ il dilemma che dovremo affrontare presto, ma che ha le sue radici nella fondazione stessa dell’Unione. Abbiamo un Parlamento monco, perché non ha potere di iniziativa legislativa. E dall’altra parte abbiamo dei Paesi che hanno il diritto di veto, ma non fanno parte dell’Unione economica e monetaria. C’è un contrasto insanabile tra Europarlamento e Stati nazionali. Per uscirne serve che gli Stati rinuncino ad una fetta più corposa della loro sovranità. Non si può avere un modello come quello degli Stati Unti lasciando però alle capitali tutti i poteri: come la difesa, la politica estera, la sanità, la fiscalità. Servono regole uguali per tutti”.

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