Garibaldi ha agito come l’ Isis.In sicilia i 1000 decapitavano per sottomettere la gente.Il contributo dello storico Corrado Mirto

Garibaldi come l' Isis.Decapitazioni per sottomettere i popoli

Uno scritto dello storico Corrado Mirto evidenzia come Garibaldi e le sue truppe seminarono il terrore in molte popolazioni del sud Italia decapitando e sgozzando molti oppositori.

Nei giorni nostri l’ Isis sta seminando terrore nel mondo orientale e non solo, con la strategia del terrore riesce a dominare vasti territori.
E’ difficile pensare che all’ inizio del terzo millennio si possano verificare ancora eventi bruti e medievali come questi.

La strategia del terrore atta alla sottomissione di popoli era molto diffusa anche nel passato. Se si va a scavare nella storia del nostro paese si può notare come tale strategia è stata adottata da un certo Giuseppe Garibaldi.

Il  Prof.  e storico Corrado Mirto, studioso dell’epoca medioevale siciliana e del Vespro, tramite un suo studio ha analizzato a fondo le imprese di Garibaldi e delle sue truppe, evidenziando gli atti di terrore che inflissero a molte popolazioni del sud Italia: sgozzamenti e decapitazioni erano all’ ordine del giorno.

Alcune teste imbalsamate sono esposte nel museo Cesare Lombroso a Torino, molto contestato sia da diverse associazioni che ne hanno chiesto addirittura la chiusura, sia da alcune famiglie che hanno chiesto indietro le teste dei loro parenti.
Nonostante ciò il museo è ancora aperto al pubblico, e vi si può comprendere l’orrore di questo scempio.

Lombroso decapitazioni teste Garibaldi come l' Isis.Decapitazioni per sottomettere i popoli

Lombroso decapitazioni teste 2 Garibaldi come l' Isis.Decapitazioni per sottomettere i popoli

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Di seguito vi mostriamo l’articolo sopra citato del Prof. Corrado Mirto

Da”RIFLESSIONI E PENSIERI INDIPENDENTISTI …IN LIBERTA’ ” (2007) di Corrado Mirto e Giuseppe Scianò

Tratto da antudo

Un antico crimine contro la Chiesa Cattolica ed una antica fregatura per i Siciliani: La rapina dei beni ecclesiastici

II 1860 fu l’anno della grande catastrofe per la Sicilia e per l’Italia meridionale, quando in queste pacifiche regioni, eredi della grande civiltà della Magna Grecia, irruppero i “tagliatori di teste” provenienti dal Piemonte.
Bisogna chiarire che questa espressione, “tagliatori di teste”, non è una battuta spiritosa di cattivo gusto, ma è la presentazione di una tragica realtà documentata da fotografie che mostrano le sanguinolente teste di partigiani del Sud tagliate e messe in gabbie di vetro a monito per le atterrite popolazioni meridionali.

Con l’occupazione piemontese del Sud si ebbe la fine della identità nazionale di intere popolazioni, il moltiplicarsi delle tasse, la leva militare obbligatoria, con la quale si deportavano in lontane regioni per anni ed anni masse di giovani ridotti in schiavitù per servire i nuovi padroni, il crollo dell’economia. E questo non fu tutto. La classe dirigente del Piemonte e del movimento “risorgimentale” era formata per la maggior parte da atei intolleranti che odiavano il Cristianesimo e la Chiesa cattolica.

In questa situazione non tardò molto la persecuzione organica contro la Chiesa cattolica, in Sicilia come nelle altre regioni, ed ebbe inizio la rapina, per legge, dei beni ecclesiastici. In Sicilia monaci e monache furono cacciati dai soldati piemontesi dai loro conventi, dei quali si impadronì lo Stato italiano. Anche i beni di ordini monastici, di vescovati, di enti religiosi furono tolti ai loro legittimi proprietari e finirono nelle mani dello Stato “liberale e democratico”.

Fu un crimine contro la Chiesa, ma fu anche un crimine contro i Siciliani.

Fu l’interruzione di tanti servizi sociali, che quelle strutture ecclesiastiche assicuravano su tutto il territorio. Dagli ospedali agli orfanotrofi; dalle scuole professionali ed artigianali alle case di riposo per vecchi e disabili; dagli asili e dalle scuole elementari ad istituti di cultura superiore. Tutti gli “assistiti”, in qualunque condizione si trovassero, furono buttati in mezzo alla strada, decine di migliaia di famiglie che vivevano lavorando per gli ordini religiosi, anche nelle campagne dal momento che conventi e chiese concedevano in affitto i loro terreni ad un prezzo equo e senza scadenza, migliaia e migliaia di lavoratori qualificati che vivevano discretamente caddero, così, nella più nera miseria. La gente, insomma, moriva di fame. Nel tentativo di porre rimedio, sia pur parziale, a questa tragedia, si inquadra l’attività del “Boccone del povero” del Beato Giacomo Cusmano, che a Palermo portava “il tozzo di pane” a chi moriva di fame per le strade”.

Come ciliegina, infine, sulla torta, lo Stato mise in vendita i beni rapinati. Ed i Siciliani, così, dovettero, ancora una volta, pagare allo Stato italiano le ricchezze che questo, via via, sottraeva alla Sicilia. Il ricavato di tali vendite, ovviamente, finiva nelle casse di Torino e veniva, poi, investito nel Nord Italia.

Un ultimo particolare: i terreni sottratti alla Chiesa, così come quelli provenienti dalle liquidazioni di Usi Civici, non andavano ai contadini rimasti senza lavoro, ma a speculatori o, nella migliore delle ipotesi, ad agricoltori già abbastanza ricchi. Mentre i terreni del demanio di uso civico andavano ai garibaldini (o ai sedicenti tali) senza concorso e senza che a questi ultimi si chiedesse se fossero o no lavoratori della terra. Ed in quota doppia. Insomma, un’altra truffa a vantaggio degli unitari e a danno del Popolo Siciliano.

Corrado Mirto

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