Adriatico: L’ Italia autorizza la rapina di petrolio per mano degli stranieri

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L’ Italia ha dato il via libera ad una multinazionale straniera per cercare petrolio infischiandosene dei danni ambientali che ne potrebbero derivare.

Di Gianni Lannes

Anche in Australia brindano allo scempio dell’Italia per strappare oro nero di pessima qualità dal nostro mare, con rischi incalcolabili e ricadute negative sul piano ecologico, sanitario ed economico della Puglia. I ministri Galletti e Franceschini ancora una volta hanno regalato il via libera ad una multinazionale straniera (dopo le regalìe alla Spectrum, ora hanno beneficiato la Global Petroleum Limited) con tanto di decreto firmato il 31 agosto 2017, per cercare idrocarburi nel basso Adriatico, infischiandosene dei danni ambientali. Il presidente della Regione Michele Emiliano del partito democratico che fa? Tace? Forse è ancora in vacanza, oppure è già in letargo?

Nella primavera del 2014 la Global Petroleum Limited aveva ottenuto da parte dello Stato Italiano l’autorizzazione ad avviare l’iter di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) per 4 permessi di ricerca idrocarburi nel mare pugliese, in particolare nelle acque territoriali delle provincie di Bari e Brindisi. Il 5 giugno del 2014 è stata attivata la procedura di VIA da parte del Ministero dell’Ambiente (permesso di ricerca in mare d80 F.R-.GP ; d81 F.R-. GP ; d82 F.R-.GP ; d83 F.R-.GP).

L’indagine la tecnica si svolgerà con l’air gun (un cannone acustico), di cui sono ormai noti gli effetti negativi sulla fauna e sull’ecosistema marino. Inoltre i fondali di questa zona, oltre a essere particolarmente ricchi di biodiversità marina e confinanti con siti protetti dalla rete ecologica Natura 2000, sono particolarmente delicati, perché disseminati di vecchi ordigni bellici. Infatti, in questa zona dell’Adriatico, sono state scaricate a mare dagli angloamericani un grande quantitativo di bombe inesplose caricate con aggressivi chimici e successivamente, alla fine degli anni ’90, dai cacciabombardieri che partecipavano alla guerra in Kosovo, quando rientravano nella basi NATO presenti sul territorio italiano.

Il progetto RED COD (Research on Environmental Damage caused by Chemical Ordnance Dumped at Sea – contratto numero B4 – 3070/2003/3686585/SUB/D.3) ha individuato ben 20 mila ordigni in quattro aree campione, anche se si stima che le bombe inabissate potrebbero essere circa 1 milione. La multinazionale petrolifera ha liquidato la questione sostenendo che non è presente alcuno studio in bibliografia che ne attesti un’eventuale correlazione o fattore di rischio ed è quindi da considerare un rischio improbabile.

La Global Petroleum ha dichiarato, inoltre, che la strumentazione utilizzata consiste in una serie di cavi posti a poche decine di metri al di sotto della superficie del mare e che non devono mai entrare in contatto con il fondale, ma è altrettanto vero che le grosse bolle d’aria subacquee dirette verso i fondali emesse dagli air gun, quando implodono, producono suoni di fortissima intensità; tali da essere considerati la dinamite del nuovo millennio.

Non c’è, quindi certezza del fatto che nessun ordigno venga perforato o fatto esplodere a seguito dell’utilizzo di questa tecnica e se ciò avvenisse gli effetti sarebbero devastanti per l’intero ecosistema marino. Inoltre, la distribuzione a macchia di leopardo riportata sulle carte nautiche ufficiali potrebbe interessare un’area ancora più vasta di quella conosciuta, in quanto è possibile che i pescatori, attraverso l’uso delle reti a strascico, abbiano spostato gli ordigni presenti sui fondali.

Global Petroleum ha scorporato un unico progetto in più lotti per eludere i limiti della legge numero  9 del 1991 secondo cui: “l’area del permesso di ricerca deve essere tale da consentire il razionale sviluppo del programma di ricerca e non può comunque superare l’estensione di 750 kmq”. La somma totale di queste quattro aree corrisponde a 2.994,7 kmq. Alla fine le trivelle a tutto spiano distruggeranno per sempre il mare Adriatico che impiega circa 100 anni per il ricambio superficiale delle sue acque.

Fonte: Su La Testa

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