Storia di mafie, di rivoluzioni mancate e di patti fruttuosi

Storia di mafie, di rivoluzioni mancate e di patti fruttuosi
Di carlo Bertani

Che l’Italia fosse una terra dominata dalle mafie è un fatto risaputo, ma che un importante “pezzo” dello Stato – il Procuratore antimafia Roberti – lo ammettesse freddamente durante un’audizione di fronte alla commissione antimafia della Camera, dovrebbe far meditare.

Non tanto per il fatto in sé, quanto per le varie strategie politiche di cui, spesso, si sente dissertare, condite – a volte – persino da litigi di parte…tutto ciò viene completamente azzerato dalle dichiarazioni di Roberti: nulla, al di fuori del potere “nello” Stato – a questo punto nello Stato Mafioso – può essere fatto, né immaginato, e forse nemmeno sognato, per non incorrere nel reato di “lesa mafiosità”.

Penso soprattutto a Grillo ed al M5S – gli altri, contano come il due di coppe: o sono mafiosi, massoni, ecc oppure anelano a diventarlo.

Un paese dominato da cupole mafiose

Forse è meglio fare un breve sunto delle dichiarazioni di Roberti, perché c’è da tremare: incredibile questo scorcio di millennio italiano, un “1984” dove un Paese non viene asservito e dominato da una sorta di potere hitleriano o fac simile dello stesso, ma da cupole e famiglie mafiose. Le quali, decidono se un ospedale va chiuso o costruito, se una strada deve andare in malora oppure diventare una superstrada (con ponti e cavalcavia temporizzati, ossia che crollano a tempo debito per riproporre un nuovo appalto) e tanti, tanti mezzi che spostano terra. L’Italia non è la terra del sole, è la terra della terra. Da scavo.
E’ sufficiente ricordare che la terra scavata per il terzo valico ferroviario (alle spalle di Genova, già in territorio piemontese) è stata portata a Stella, il paese di Pertini, a 10 chilometri da Savona. Quando gli amministratori locali hanno chiesto se, con quella terra – una vera e propria montagna – potevano pianeggiare alcune aree per costruire un campo di calcio, la referente fam…scusate l’azienda…ha risposto picche.

Quella terra non si tocca! Finirà a Pra (rione di Genova) non si sa bene quando, il perché e il percome. Sei autocarri per il trasporto della terra sono andati e venuti per mesi – sei corse ciascuno il giorno – per circa 90 km di tratta…fate voi…quanto vale ‘sta terra!

Mi sa che grazie ad appalti, subappalti storni e deroghe – e corrispondenti variazioni nel bilancio statalregionalcomunale – l’abbiamo pagata come oro. Chi? Ma noi! E chi credevate!

La mafia che governa

Ma Roberti spiega anche che, mentre la camorra è quasi insignificante (sotto l’aspetto della penetrazione nello Stato) e la mafia in altre faccende affaccendata (governare la Sicilia, come base per i suoi traffici internazionali) la n’drangheta è la vera Primula Rossa colei che, nata da un contesto contadino su base quasi tribale, è divenuta il mezzo più duttile per fare affari con questa classe politica.

Mentre le altre mafie hanno strutture verticistiche (il richiamo a Messina Denaro è d’obbligo) le varie n’drine sono “contesti economico-affaristici” che si attivano direttamente, senza ingombranti “cupole” che generano difficoltà per essere attivate, e veleni a non finire se qualcuno scopre la frittata. I tanti casi, da Della Chiesa in poi, lo indicano chiaramente: mafiosi che si pentono e pentiti che si “spentiscono” sono all’ordine del giorno, cascate di fatti, eventi, dichiarazioni che generano affanni anche ad una mente allenata alla logica più raffinata. Con processi millenari che terminano fra le sabbie di un deserto giuridico.

Con la n’drangheta – e le sue moltissime famiglie – si può fare affari immobiliari (od altro) senza rischi, poiché i patti sono chiari e le eventuali controversie sono decise dai capi delle varie n’drine, che cercano sempre l’equilibrio interno/esterno, fra gli affari che coinvolgono lo Stato ed il traffico di Cocaina il quale – almeno ufficialmente – lo Stato dovrebbe contrastare. Su tutto, deve regnare il silenzio della pax mafiosa.

In questo panorama economico “on demand” la vetustà e la frammentazione della struttura calabrese diventa duttile, più moderna della blasonata mafia o della vulcanica camorra.

La Sacra Corona Unita

Roberti mette l’accento sulla “quarta mafia”, ovvero la Sacra Corona Unita pugliese, che viene spesso dimenticata.
Se vi recate in Albania, sarete sorpresi dal fermento economico, un roboante “sviluppo” che nasce da un accordo – ovviamente non scritto e nemmeno riconosciuto – fra lo Stato ed i produttori di cannabis, la quale viene rivenduta in Italia e, da lì, prende la via dell’intera Europa.

Qui, Roberti deve avere notato la similitudine fra la mafia pugliese e la n’drangheta: la prima s’è impadronita del settore di produzione albanese, mentre la seconda – da molto tempo – s’è insediata a Medellin e, da lì, dirige i traffici di coca verso l’Europa.

C’è veramente poco da star allegri e Roberti aggiunge un personale rimedio: liberalizzare la cannabis. Nulla in contrario…ma…per riprendere il controllo dello Stato dovremmo liberalizzare anche la Cocaina, poi l’Eroina, i vari allucinogeni in pasticche…è questa la strada?

Roberti non si dilunga (almeno, così riportano le agenzie) sul com’è nato il rapporto – diciamo “confidenziale” – fra la n’drangheta ed i servizi. Credo di saperlo: basta risalire la scia di sangue che hanno lasciato.

Rapporti tra n’drangeta e servizi segreti

Nel 1970, durante il tristemente famoso “Boia chi molla” di Reggio Calabria, un gruppo di cinque anarchici – il cosiddetto gruppo della Baracca – svolgeva un lavoro di controinformazione, con ciò che avevano a disposizione all’epoca, macchine per scrivere e fotocamere.

Dissero d’aver scoperto “cose che avrebbero fatto tremare l’Italia” e partirono per Roma, dove avevano un appuntamento con l’avv. Di Giovanni, uno dei redattori de “La strage di Stato”. Non arrivarono mai: giunti a Frosinone finirono contro un camion e persero tutti la vita nell’incidente.

Ritengo che (non) vi stupirà sapere che gli agenti della squadra politica di Roma giunsero (od erano già lì) prima ancora delle ambulanze: nulla del loro materiale, scritto e fotografico, fu ritrovato.

Ma la storia continua, perché Francesco Mastrogiovanni – il maestro di Pollica ucciso con un TSO – stava tornando ad indagare su quei lontani eventi: 87 ore d’ospedale lo ridussero cadavere. Ma anche il sindaco che aveva ordinato il TSO – Angelo Vassallo – fu ucciso e non si risalì mai all’autore.

Quando, in quelle terre, un omicidio non trova nessun pentito, nessun pizzino, nessun confessionale né amante che si lasci sfuggire qualcosa, state certi che non è solo mafia, c’è dell’altro. “Meglio prevenire, cancellando, che reprimere” deve aver pensato il killer mentre riponeva la pistola.

Quando scoppiò la nota vicenda delle navi dei veleni, il pentito Francesco Fonti rivelò d’essere in contatto, per quei traffici, con il SISMI, nella persona di Guido Giannettini: della serie, “a volte tornano”.

Credo che potremmo continuare, ma non voglio abusare della vostra pazienza: sono cose risapute, che però, ogni tanto, è meglio ricordare.

Il problema è: preso atto della situazione, una forza politica che desideri mantenersi estranea al gioco Stato/Mafie per giungere al potere, quale strategia deve attuare?

M5s è l’unica speranza

L’unica forza politica che non è mai stata al governo è il M5S: tutti gli altri si sono abbondantemente nutriti del latte mafioso.

Oggi questa domanda è d’obbligo, poiché si nota – a grandi linee – che l’elettorato italiano è ripartito in tre parti equipollenti: destra, sinistra e M5S, non sottilizziamo su queste definizioni e prendiamole per buone, 33,33 e 33, come il Leonardo di Benigni e Troisi. Ecco perché la legge elettorale è il terreno di scontro, perché solo essa può far prevalere una parte sull’altra, non il voto.

Il M5S nasce come movimento d’opinione, ed ottiene un successo insperato nel 2013: lo spreca malamente, rifugiandosi in un Aventino senza dar segno di sé, cosa che sarebbe stato in grado di fare, ma meglio, chiedendo tre ministeri “di peso” (Interni, Economia e Giustizia) sui 12 con portafoglio ed obbligare il PD ad un ovvio rifiuto.

L’immagine che avrebbero dato agli italiani sarebbe stata di un movimento che sa quel che è importante e lo chiede, senza complessi: per il PD sarebbe stato (mediaticamente) difficile (e costoso) quel rifiuto, invece ci toccò sorbirci la penosa menata di Crimi e della Lombardi, che i due ascoltatori del PD ascoltarono annoiati. Tanto, questi non graffiano – compresero – e non hanno nemmeno capito come possono “spendere” al meglio il credito elettorale che gli italiani hanno loro conferito.

Quando, poi, il M5S si avviò per partecipare – e in alcune realtà vincere – le elezioni amministrative, Renzusconi giubilò: si vanno a fiondare direttamente, da soli, nel tranello!

Le realtà amministrative sono la feccia del malaffare

Le realtà amministrative sono la feccia del malaffare, dove tutti s’abbeverano al bilancio statale ed alle tasse locali per finanziare le loro tasche, quelle dei loro amici e sostenere il sistema delle tangenti, il solo modo per sopravvivere politicamente: il voto è trapassato dall’antica appartenenza alla partecipazione interessata, che è l’anticamera del voto di scambio.

Nel mare magnum delle amministrazioni si consuma ogni crimine, Formigoni docet, ed è difficile starne fuori poiché le sfaccettature del sistema sono infinite, basti pensare ad un movimento di rinnovamento cattolico – nato negli anni ’70 – trasformato nel centro di potere delle male amministrazioni d’ogni colore.

Poi, ci pensa la stampa “amica” – la Raggi ora se ne accorge – poiché anche un rifiuto viene trasformato in una vicenda giudiziaria, laddove mille veleni – veri o falsi – vengono adombrati od esaltati, atti alla bisogna. E la gente non comprende più: torna a pensare “sono tutti uguali”.

L’unico modo d’imporsi, per un movimento d’opinione, è quello di tenersi distante da ogni realtà maleodorante, poiché o cambi il sistema di “lavoro” – e questo puoi farlo solo se hai le leve del vero potere in mano: magistratura, forze armate, servizi, ecc – oppure ne stai fuori.

C’è un aneddoto che raccontano in Marina: “Se sei su un sommergibile a 300 metri di profondità e vieni centrato in pieno dalle cariche esplosive, come fai a salvarti?” La risposta è “Non esserci sopra”.

Vincenzo Ottorino Gentiloni

C’è un interessante precedente: parliamo di Gentiloni.

No, non si tratta del penoso e traballante homunculus che siede a Palazzo Chigi, bensì del suo avo Vincenzo Ottorino, noto per il famoso “Patto Gentiloni”.

Dopo il 1870 e la conquista di Roma da parte italiana, il papato si chiuse ermeticamente nei confronti degli invasori, ma aveva le sue “truppe” dislocate su tutto il territorio, dalle Chiese alle Associazioni cattoliche. Con un semplice “non expedit” – “non conviene”, contenuto nell’enciclica – le curie s’opposero a qualsiasi tipo di partecipazione dei cattolici alla vita politica italiana.

Nel 1912 la situazione dovette far meditare che era il momento d’agire (si dovevano contrastare i socialisti ed i radicali), così Vincenzo Ottorino Gentiloni – che era presidente dell’Unione cattolica romana – stilò il noto patto, che riammetteva i cattolici al voto. Il patto fu fra Giolitti e Gentiloni, a nome del Papato: la proibizione fu però abolita solo nel 1919, dieci anni prima dei Patti Lateranensi.

Poi venne il Fascismo, e la politica divenne sotterranea, ma anche i cattolici ebbero i loro martiri, Don Minzoni, ad esempio.

Nel 1946, la “macchina” politica democristiana era pronta, pulita e oliata per reggere il Paese per quasi mezzo secolo.

Ancora nel terzo millennio, però, i cattolici – Casini e Buttiglione da un lato, Franceschini e Gentiloni dall’altro – ogni settimana s’incontravano in un discreto convento di monache, a Roma. Se Roma divenne italiana, l’Italia diventò Vaticana.

I rischi per l’ M5s

Per questa ragione – se c’è ancora il tempo per farlo, questa valutazione dovrà essere del M5S stesso – la decisione dovrà essere presa, poiché nell’attuale situazione non c’è speranza di giungere a niente, senza gravi e pericolose convergenze – che l’astuzia dei parlamentari grillini, unita all’assenza di un centro politico chiaro nel Movimento – non sembrano consigliare.

In effetti, l’unico che raggiunse il “potere del 51%” – in qualche modo – fu De Gasperi, l’erede designato dall’astensione in politica del 1870 e, quindi, del Patto Gentiloni.

Certamente, le menti che presagirono quella “lunga marcia” verso il potere erano menti raffinate e pazienti, per contrappasso, però, oggi le situazioni – visto il grave stato nel quale sopravvive il Paese – s’evolvono con maggiore velocità.

L’unica cosa certa è che il M5S – se continuerà su questa strada – finirà per farsi inglobare (anche senza partecipare!) al mondo corrotto che li circonda, senza nessuna speranza di giungere al potere. Al potere che conta, ovviamente: se s’accontentano solo delle poltrone il problema non esiste.

Siediti e aspetta, ma non partecipare: il decalogo del movimento d’opinione rimane sempre quello, mentre la prassi indica che, quando il bacino si riempie troppo, l’onda tutto travolge. Ci vogliono nervi saldi e menti raffinate: qualità che, purtroppo, non mi rendono ottimista.

Riferimento: http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/06/22/ndrangheta-procuratore-antimafia-roberti-la-ndrangheta-presente-in-tutti-i-settori-nevralgici/3678012/

Fonte: carlobertani.blogspot.it

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